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20 aprile 2014

Pasqua 2014

Pace in terra agli uomini di buona volontà. cioè, a nessuno.




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2 novembre 2013

Crisi, divertimento, ringraziamento

Su stimolo del Prof. Federico Fernández de Buján, riprendo a scribacchiare i miei sparsi pensieri disordinati su questo spazietto virtuale.

Un pensiero veloce sulla crisi: quanto meno per affrontarla, i ragazzi dovrebbero imparare a investire realmente su se stessi ("ai miei tempi", si faceva ciò perché si dava più importanza all'essere che all'apparire).

Il mio primo amore a 13 anni metteva i soldi da parte per comprarsi "I miserabili" di Hugo in lingua originale.. cosa fanno invece i ragazzi e le ragazze di oggi? la vacanza a Ibiza, l'ennesimo tatuaggio, comprano il giochino della playstation, le scarpe nuove, un altro piercing, scemenze varie. poi si ritrovano a 30 anni ignoranti, semi-analfabeti e, ovviamente, senza lavoro.

Ti avanzano soldi (beato te!)? a parte la beneficenza, puoi pensare a una vacanza-studio: non è "trendy" come Ibiza, ma impari qualcosa, e ti diverti egualmente. Ti compri un manuale universitario di paleografia, fai un corso di ceramica, studi la lingua osca o l'accadica.. così ti formi. la vera scuola è la vita.

Grazie ancora, Professore




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27 luglio 2009

Estate

 

(Particolare del Vaso dei mietitori, accostato ad una canzone della mia ora mai lontana gioventù).




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6 aprile 2009

Fratelli d'Italia

Chiunque se la senta di offrirsi come volontario non parta senza essersi informato: suggerisco presso il numero verde 800.860.146 (Protezione civile della Regione Abruzzo) o pure 085.2057631 (Centro operativo della Protezione civile presso la Prefettura di Pescara). Anche se vi dicono di no, richiamate un'ora dopo: la situazione potrebbe esser peggiorata e voi divenuti indispensabili.
Provate anche presso la Protezione civile della vostra Regione: spesso si organizzano gruppi di volontari e si consente di lasciare il proprio nome e numero di telefono. senza impegno.
E tranquillatevi: anche se non avete fatto corso alcuno di volontariato e non fate parte di associazioni che s'occupino di queste cose, decideranno gli altri se potrete esser utili o di peso.

...

Aggiornamento: la Prefettura di Pescara mi avvisa che i volontari singoli, non iscritti ad alcuna associazione, devono chiamare Roma, al numero 06.68204189, o 90 finale.

...

Roma risponde che quel che ho composto è solo un "numero per le comunicazioni", e suggerisce di propormi tramite associazioni di volontariato. Tramite brevi ricerche trovo il numero 0668201, e la gentile signorina mi conferma esser quello giusto per i c.d. singoli. Al momento pare non vi sia bisogno, ma anch'ella mi consente di lasciare i dati per un eventuale contatto.

In fine, per chi si muovesse tramite i mezzi pubblici, il sito di trenitalia è http://www.ferroviedellostato.it/, mentre quello dedicato ai trasporti in Abruzzo non l'ho ancora trovato...




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4 dicembre 2008

Sull'intelligenza del nostro legislatore

Consideriamo le seguenti leggi: il 584 del Codice penale ed il comma IV dell’articolo 18 della l. 194/1978. Che dicono?

584 c.p.: Omicidio preterintenzionale: «Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 [Percosse] e 582 [Lesione personale], cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni».

Legge 194/1978, I, II e IV comma: «[I] Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. […]. [II] La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna. [IV] Se dai fatti previsti dal primo e dal secondo comma deriva la morte della donna si applica la reclusione da otto a sedici anni […]».

Ma come? Da 10 a 18 anni nel caso dell'omicidio preterintenzionale "semplice" e da 8 a 16 nel caso di lesioni da cui derivino la morte del bambino e poi della donna stessa? Il messaggio del legislatore è chiaro: se devi picchiare una donna - magari la fidanzata - assicurati che sia incinta, perché nel caso che perda il bambino e poi muoia ti conviene.




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2 agosto 2008

A zampe aperte




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9 maggio 2008

Un'antica bugia

Tra gli altri edifici pubblici di una certa cittadina che, per svariati motivi, sarà prudente astenersi dal nominare ed alla quale non attribuirò alcun nome immaginario, ve n’è uno che si trova in quasi tutti i centri abitati, grandi o piccoli, vale a dire l’ospiz… il tribunale, il tribunale.
Ci sono bugie e riserve mentali che, come il sole sul Regno di Carlo V, non tramontano mai.
Per esempio, qualunque bambino normale, nel recitare “Signore, sia fatta non la mia, ma la Tua volontà”, non può fare a meno di aggiungere tra sé e sé: “però se fai la mia è meglio”; o comunque sperare che la volontà del Signore sia conforme alla propria.
Altra bugia assai diffusa è pronunciata teneramente da gl’innamorati, quando sorridendosi l’un l’altro profferiscono un delicato e assieme tremendo “ti amo”.
“Mi amo”, dovete dire, “mi amo”, e niente e nessuno – nemmeno il tempo – potrà smentirvi.
In somma, non sto a farla lunga: vi lascio con questa rassicurante bugia, e buonanotte.



Scusate, dimenticavo: voglio anche segnalarvi una novità.
Qualcosa di allegro, tanto per mutare: s
i tratta, ecco, d’una rivista che ha come scopo il fare insieme: in fatti tutti i militanti di questa rivista, meno uno, amano scrivere, parlare, guardare, pensare, rispondere, cose così.
C’è chi analizza il mercato e chi analizza le analisi; c’è chi dipinge e c’è chi scolpisce; c’è chi scrive poesie e chi scrive in modo poetico, e via martellando il mondo coi suoi buffi abitanti.
Troppa carne al foco?
Forse.
A me però piacciono entrambi, e carne e foco, e se avete gusti simili ai miei non avete che da tuffarvi nel sito
http://www.fulminiesaette.it/.
Ed ora, buona notte, buona notte per davvero.




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6 febbraio 2008

Cattivi pensieri

Si svegliò per il terrore.
Erano le quattro di mattina: non aveva bisogno di guardare la sveglia per saperlo con esattezza perché da un po' di tempo andava a letto alle tre e regolarmente un'ora dopo si svegliava, o veniva svegliato da una creatura infernale che faceva un baccano infernale alla finestra.
Gli dolevano le braccia ed aveva le mani gelate.
Si sentiva a pezzi, annientato nel corpo e nell'anima.
Nemmeno aveva bisogno d'uno specchio per avere coscienza del proprio aspetto: sapeva di avere il viso stravolto, tumefatto, come di morto.
Una piccola angelica creatura, ignara di tutto ciò, non era più a letto, dove s'erano lasciati nel darsi la buona notte, ma dormiva sulla biancheria sporca buttata a terra.
"Ma che senso ha?", pensò, a mezzo tra rabbia e disperazione.
Gli doleva anche il capo, lo sentiva pulsare furiosamente.
"Forse mi farebbe bene una boccata d'aria", si disse, per cambiare argomento.
"Apro un attimo la finestra e mi prendo una bella sferzata di vita: una frustata di gelo in faccia è quel che ci vuole per svegliarsi del tutto (e per prendersi un'altra polmonite, naturalmente)".
Ma in vece rimase immobile.
Avrebbe anche voluto muoversi, ma non vi riusciva.
Era incatenato al letto, il quale ora più che mai gli pareva essere una bara.
Il freddo si era impossessato di lui, e non riusciva a risolversi se riaddormentarsi od alzarsi.
Il freddo, già...
Non lo aveva mai sopportato, il freddo.
Ogni volta che sentiva freddo pensava alle propria ossa bianche, a quando sarebbero state rinchiuse in una bara gelida incastrata nella pietra (oh! quanto è fredda la pietra!).
Gli piaceva pensare allora che sarebbe finito in una comoda bara confortevole e che sarebbe stato avvolto da calde e morbide coperte, magari quelle colle nuvolette dipinte, quelle nelle quali si addormentava da bambino, quando ancora il mondo era da scoprire e la luce del sole era un incanto.
In vece ora si vedeva già chiuso in una cassa da morto, in decomposizione, cogli occhi sbarrati ed appannati, i denti serrati stretti stretti, il cuore spento da tempo ed il cervello ormai freddo, senza coscienza.
Ci pensò così a lungo che gli sembrò di averlo tra le mani, quel suo freddo cervello, inconsistente e putrefatto: per poco non ne sentiva l'odore, e gli pareva d'impazzire, e non trovava una soluzione.
"Non posso vivere così", e la testa pulsava, pulsava.
"Tu sei un mostro e meriti di soffrire: ti sei scordato cosa hai fatto?", lo rimproverò qualcuno, tirandogli violenti coltellate allo stomaco.
"Sono un mostro, è vero, ma non merito questo, perché non volevo fare del male...", si disse per calmarsi.
"Ma intanto è successo, ed ora non puoi farci nulla", insisté l'altra voce.
"Lo so, l'ho pensato un'infinità di volte. E ormai non voglio neanche più pensare", rispose.
"Non posso fare nulla, ormai... ma io nemmeno voglio fare qualcosa... io non voglio... io non... io no... no..." delirò, abbandonandosi al niente che lo sbranava.




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24 gennaio 2008

Arte moderno-contemporanea - 1 - Ipocrisia

L'altro giorno stavo ad una mostra di arte moderna, o contemporanea, o tutt'e due - a quanto ho capito questi termini sono interscambiabili - a Milano, nella qual mostra si esponevano i lavori di artisti meno o più noti.
Avevo con me la macchina fotografica digitale e, non ostante fosse vietato scattare fotografie, approfittando di un attimo di distrazione del personale di guardia sono riuscito ad immortalare l'opera di cui sotto.
Il titolo dell'opera è "Ipocrisia", l'autore non me lo ricordo.




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16 gennaio 2008

Brevissime considerazioni sulla mancata visita del Papa alla Sapienza di Roma

Per una volta, trasgredisco la mia inclinazione a tacere sui fatti di cronaca per rifugiarmi in altre realtà, e scrivo in questo spazio virtuale ciò che mi è venuto in mente sentendo il TG, mentre mettevo i pomodori nell'insalatiera piena di tenera lattuga.
Ecco, pensavo e penso tutt'ora, da un punto di vista teorico è illogico contestare una persona a priori, prima ancora cioè che questa abbia iniziato a parlare.
Si potrebbe rispondere, però, che si intuiva già da prima ciò che il sig. Ratzinger Joseph avrebbe detto dopo.
Ed in questo modo ci portiamo sul piano pratico, ove due considerazioni paiono sufficienti a chiudere la questione.
La prima è che il discorso del Papa non avrebbe sortito effetto alcuno.
Pensate, per fare solo un esempio fra i tanti, al discorso del sig. Wojtyla Karol al Parlamento, pronunciato il 14 novembre 2002, nel quale discorso si denunciava la "crisi delle nascite", la "grave crisi dell'occupazione soprattutto giovanile", le "molte povertà, miserie ed emarginazioni".
Problemi che conoscevamo anche prima del 14 novembre, ed ai quali non si è posto rimedio nemmeno dopo il 14 novembre.
La seconda osservazione scaturisce dalle dichiarazioni sentite sul TG5, profferite, mi pare, da un professore (di Fisica?): l'aspirante contestatore sostiene che il Papa, non venendo alla Sapienza, mostra e dimostra di non volere dialogo e confronto.
Questo pensiero è contraddittorio, almeno per due motivi.
Anzi tutto, dal citato pensiero traspare che il Papa in questa vicenda non avrebbe potuto che sbagliare: se fosse venuto, avrebbe leso la laicità dello Stato; non venendo, dimostra di non volere il confronto.
E poi, perché ugualmente il dialogo ed il confronto sarebbero mancati, come sempre mancano in queste occasioni.
In fatti di solito queste visite si risolvono in un lungo monologo, privo di contraddittorio, al quale seguono però lunghi applausi, più o meno meritati.

Ma già che ci sono, voglio registrare una noterella anche sulla vicenda che ha portato alla presentazione delle dimissioni da parte del sig. Mastella Clemente.
La questione mi è venuta in mente perché anche qui il contraddittorio, almeno in questa fase, manca, e non può che mancare.
Perché si accusa la Magistratura di appartenere all'una od all'altra corrente politica, di aver compiuto un sequestro di persona, di voler abbattere nemici politici, ed i magistrati non hanno uno spazio nel quale ribattere (probabilmente sarebbe poco serio e dignitoso che lo avessero).
In questi frangenti, non può non venire in mente quello che diceva il grande Piero Calamandrei, in "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" (Ponte alle Grazie): il grande giurista, parlando di un giudice che aveva subìto insulti analoghi (perché le dichiarazioni di Mastella questo sono), notava che "sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria".
E si riferiva agli anni '20...




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30 novembre 2007

Dialogo tra un seminarista ed uno che passava di lì per caso

... non dirmi che mi ami perché un non meglio identificato "Dio" ti ha chiesto di far ciò.
Se la tua religione ti chiede questo, che questo serva solo a rafforzare un proposito che tu già hai nel tuo cuore, non a fondarlo, e a fondarlo in via esclusiva, poi!
Non amarmi perché sono anche io un figlio di Dio.
Amami per ciò che sono io, e basta, senza mettere dèi tra me e te.
Perché dovresti amarmi allora, mi chiedi?
Non so dirtelo.
Forse, perché sono io a chiedertelo e non Dio: ma cosa cambia chi sia a chiedere ciò, quando si è disposti ad amare?
Amami per i miei occhi, che sono lucenti di pianto perché non mi dai l'amore di cui ho bisogno [un po' ridicolo, questo ragazzo che passava di lì per caso], di cui tutti abbiamo bisogno.
Non dire che mi ami perché siamo fratelli.
Non siamo piuttosto fratelli perché mi ami?




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25 novembre 2007

Briciole di formazione - 1 - Una bella paginetta di Papirologia

Stasera non ci ho tanta voglia di scrivere, né di trascrivere.
Me la caverò con una foto.
E non venite a dirmi che lo sapete da una vita da cosa derivi il termine “ostracismo”: anche voi, prima di saperlo, non lo sapevate!
(Il discorso non è completo perché ci ho già messo mezz’ora per fotografare decentemente quella parte che vi riporto, e casco dal sonno: avrei fatto prima a trascrivere, ma ormai non voglio aver fatto inutilmente la fatica di fotografare).



(Orsolina Montevecchi, La papirologia, Vita e pensiero, 1998: è un libro preso tante lune fa, e subito riposto in uno scaffale dal quale ogni tanto mi lancia occhiate di rimprovero. Devo proprio trovargli un altro posto.)




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18 novembre 2007

Croce ride - 1

    Qualche volta agli amici che mi rivolgono la consueta domanda: - Come state? - rispondo con le parole che Salvatore di Giacomo udì dal vecchio duca di Maddaloni, il famoso epigrammista napoletano, quando, in una delle sue ultime visite, lo trovò che si scaldava al sole e gli rispose in dialetto: - Non lo vedi? Sto morendo. - Ma non è già un lamento che mi esca dal petto, ed è invece una delle solite reminiscenze di aneddoti letterarii che mi tornano curiosamente alla memoria e mi allegrano. Malinconica e triste che possa sembrare la morte, sono troppo filosofo per non vedere chiaramente che il terribile sarebbe se l'uomo non potesse morire mai, chiuso nella carcere che è la vita, a ripetere sempre lo stesso ritmo vitale che egli come individuo possiede solo nei confini della sua individualità, a cui è assegnato un còmpito che si esaurisce.
    Ma altri crede che in un tempo della vita questo pensiero della morte debba regolare quel che rimane della vita, che diventa così una preparazione alla morte. Ora, la vita intera è preparazione alla morte, e non c'è da fare altro sino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri che ci spettano. La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle mani il còmpito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare.
    Vero è che questa preparazione della morte è intesa da taluni come un necessario raccoglimento della nostra anima in Dio; ma anche qui occorre osservare che con Dio siamo e dobbiamo essere a contatto in tutta la vita, e niente di straordinario ora accade che c'imponga una pratica inconsueta. Le anime pie di solito non la pensano così, e si affannano a propiziarsi Dio con una serie di atti che dovrebbero correggere l'ordinario egoismo della loro vita precedente, e che invece sono l'espressione ultima di questo egoismo.

(Benedetto Croce, Soliloquio, in Quaderni della "Critica", Settembre 1951, n. 19-20, Volume VII, pag. 1)

Cosa mi piace di questo discorso?
La pacata lucidità colla quale il filosofo si scaglia contro gli ipocriti.
Verso questi ultimi sono, siamo portati a reagire violentemente (questo provoca la repulsione), mentre "don Benedetto" li mette a tacere con calma e, direi, anche comprensione: comprensione, sì, perché non urla, "agite così e fate schifo", ma sussurra (così mi pare) "agite così perché...", seguito dalla dimostrazione-comprensione.
Sono parole però che mettono anche una certa tristezza, perché il filosofo, storico e critico letterario, che sentiva la morte avvicinarsi, morirà effettivamente poco tempo dopo (il venti novembre millenovecentocinquantadue: così Enciclopedia Italiana Treccani 1949-1960, Appendice, III, pag. 455).
Chi sa cosa direbbe oggi, oggi che c'è bisogno di gente come lui, oggi che qualcuno ne sente la mancanza senza averlo mai conosciuto.
Ma impareremo a conoscerlo.




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29 ottobre 2007

Conoscevo un ragazzo

Conoscevo un ragazzo, tempo fa, che come tutti gli esseri vili fuggiva dal dolore, lo evitava, organizzava, strutturava la propria vita, in modo da - credeva - evitare di averci a che fare.
Il motivo è molto semplice: nessuno gli aveva insegnato ad affrontarlo, e così nei suoi pensieri la colpa ricadeva sempre su gli altri, sui suoi genitori, insegnanti, fratelli, e si sentiva a posto.
Ma col tempo la coscienza di questa sua viltà iniziò a pesargli; però, invece di cambiare atteggiamento mentale, preferì cambiare le motivazioni che così lo determinavano.
"La colpa è degli altri che soffrono", si diceva, "la vita è bella: soffro io forse?".
"Il fatto è che la gente non sa godere dei piccoli doni che la vita ogni giorno ci offre", continuava a rimuginare tra sé e sé, felice di aver ritrovato una motivazione valida - almeno apparentemente - e che ancora una volta facesse ricadere su gli altri la colpa della sua viltà.
Crebbe un altro poco, quel ragazzo che conoscevo tempo fa, ma non di molto, e dovette prendere atto che vi sono incidenti nella vita che distruggono la voglia di vivere, in chi non sia preparato ad affrontarli.
"Cos'è mai un incidente?", pensava ancora quel brutto tipo, dopo averne concluso uno.
"Ecco, io non so nulla di etimologia ma insomma direi così, a naso, trattasi d'un avvenimento che incide molto sulla vita di alcuno".
Per una volta forse aveva pensato addirittura qualcosa di giusto, quello stolto.
Quell'incidente aveva portato infatti a galla alcune sue deformità che aveva sempre cercato di nascondere e di nascondersi, ma che non poteva più ignorare poiché ormai gli si palesavano ogni mattina, ogni sera, ogni notte, ma visto che quel ragazzo non era poi cresciuto di molto anche di ciò attribuiva ad altri la colpa.
Sarebbe qui lungo, e vergognoso sopra tutto, spiegare con che artifizii riuscì in tale intento.
Quel che conta è che in fine almeno quella volta non fece male ad altri (probabilmente l'albero non sarebbe stato d'accordo se avesse potuto pensare, almeno negli ultimi istanti della sua arborea vita).
Era mediocre questo ragazzo che conoscevo tempo fa, mediocre in ogni cosa che faceva, e così anche l'incidente di cui fu autore non portò a gravi conseguenze: mediocre nel bene (le rare occasioni in cui gli capitava di farne, compiacendosi di sé in modo tutt'altro che mediocre), così nel male.
Dovette però prendere atto - dicevamo - che vi sono anche incidenti seri, gravi, e questi non sapeva come affrontarli.
Prevalse inizialmente un doloroso stupore, perché il mondo continuava indifferente ad andare avanti, il sole sorgeva ancora anche se ormai c'era ben poco da vedere e sarebbe stata preferibile una totale oscurità, il telegiornale inizia con notizie che gli sembravano ugualmente importanti, ma per terminare con delle insulsaggini tremende.
Il dolore è causato da un fatto ingiusto, del quale lui non riusciva a trovare i colpevoli (oppure, avendoli scovati, non sapeva come colpirli, e forse in fondo neanche lo voleva, ma di questo non sono sicuro perché questo ragazzo che conoscevo tempo faforse non era cattivo, ma vendicativo, questo sì).
Ma allora viviamo in un mondo ingiusto; dov'è la giustizia mentre c'è l'ingiustizia?
E dopo che l'ingiustizia è accaduta, che senso ha parlare di giustizia?
Ecco il problema, l'ingiustizia ha la definitività delle cose accadute.
Come rispondere all'ingiustizia?
Ma io non voglio rispondere, perché la risposta va data dopo una domanda, ed io voglio che non ci sia proprio la domanda.
Così ragionava egli.
E non sapeva che fare.
Ecco, questa cosa gli rodeva dentro perché era di un'evidenza infamante: lui non poteva fare nulla, gli altri non potevano fare nulla.
Ne aveva avuto la più importante conferma un giorno, quando ferì - senza volerlo ma insomma la ferì - la sua fidanzata, in un modo che sarebbe qui troppo lungo e vergognoso raccontare (posso solo dirvi che non si trattò di tradimento).
Quando s'incontrarono, lei era lì, in piedi, davanti allo specchio del bagno, cogli occhi gonfi, mentre si sistemava i capelli, il trucco, cercando di nascondere di aver pianto.
Cosa abbastanza inutile in quanto alla vista di lui riscoppiò a piangere e ad inveire tutto quello che doveva aver rimuginato fino a quel momento.
E lui, quel ragazzo che conoscevo tempo fa, stette dapprima zitto, poi cercò di giustificarsi, poi stette ancora zitto.
Ad un certo punto si calmò infine quella ragazza, e a lui sembrò, lui sperò, che lei lo volesse abbracciare, in fondo erano fidanzati da due anni, e volle anche lui abbracciarla.
Ma non volle lei (non aveva voluto sin dall'inizio? aveva cambiato idea nel fare quei due passi verso di lui, quel tanto che bastava perché corpi ed anime si compenetrassero ritrovando l'armonia? non so, non so).
Lui si sentì respinto - una sensazione odiosissima che aveva provato poche volte in vita sua, ma che ogni volta aveva lo stesso sapore - ed a questo sentimento si aggiunse quello dell'impotenza.
Stava zitto e dentro di sé cominciò egoisticamente a pensare "ecco, tu mi hai chiamato ma non mi vuoi, tu mi fai vedere che soffri ma non mi dai modo di consolarti: allora perché mi fai vedere che soffri? Se non mi dai modo di consolarti, non farmi neanche vedere che soffri, io non ti voglio vedere".
(Per amor di cronaca posso rivelarvi che un anno dopo, dopo tre anni d'inferno, quell'infelice coppia si sciolse).
Quel ragazzo che conoscevo tempo fa crebbe ancora un altro poco - cresceva sempre poco quel ragazzo, quando cresceva - e tra sé e sé disse "ecco, l'uomo vive da quando vive e scrive, ma cosa scrive? Io sto studiando materie che non mi aiutano in queste ricerche, mi formano, sento che mi stanno formando, ma in una sola direzione, dalla quale pure si dipartono vari sentieri ma insomma sempre in una sola direzione, mentre il pieno sviluppo della persona umana non richiederebbe una formazione che ricopra più àmbiti?".
Iniziò così a leggiucchiare, e questa cosa presentava indubbi vantaggi.
Leggeva le opere delle quali aveva sempre orecchiato qualcosa, ed in questo modo iniziò a vivere vite non sue, aggiungendole alla propria.
Iniziò a far questo anche per il solo gusto di viverle, senza volerne per forza trarre insegnamento, come invece s'era proposto inizialmente.
Provava così emozioni che non avrebbe voluto provare in altro modo.
"È vero", cercava di convincersi, "che le emozioni trasmesse attraverso un libro non hanno lo stesso sapore che avrebbero se fossero vissute in prima persona, ma allora anche il dolore, vissuto attraverso un libro, non ha la stessa forza devastante che immagino debba avere quando affrontato in prima persona".
(Quando poi leggeva le vite dei grandi che ammirava, spesso era uno stupore.
Si stupiva cioè non tanto, o non solo, di ciò che costoro avevano fatto accadere nella propria vita, ma già del fatto stesso che l'avessero avuta, una vita.
Come se i grandi fossero riducibili alle sole loro opere, e non avessero una vita propria, a volte addirittura l'opposta rispetto a quella che ci immaginiamo quando godiamo frettolosamente del loro creato.
Frettolosamente, sì, perché ad una riflessione anche solo lievemente più approfondita ci accorgiamo che ciò che della loro vita ci stupisce stava invece lì, tutto racchiuso - come abbiamo fatto a non vederlo prima? -, implicito, quando non esplicito, nelle opere che prima ci suggerivano tutt'altro).
Conoscevo un ragazzo, tempo fa.
Ma neanche poi così tanto tempo.

(Lo so che vi attendevate un finale stupido e scontato del tipo "quel ragazzo ero io": ed invece no, ho pensato bene di stupirvi con un finale ugualmente stupido, ma inaspettato)




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10 ottobre 2007

Aureliano

Da bambino ho avuto diversi gatti.
Molti gatti, tanti gatti: una montagna di gatti.
Questa montagna è stata un pezzo importante nel paesaggio della mia infanzia (solo ora, rileggendomi, mi accorgo di quanto brutta e stupida sia questa frase: lasciamocela ugualmente), e solo chi ha vissuto in codeste montagne può capire che cosa io intenda.
Ora nella mia vita c’è un gatto, un solo gatto.
O meglio, ci sarebbe.
Ci sarebbe ma non c’è, perché lui ha, fin dal primo incontro, per ragioni tutte sue (che io non condivido), deciso di non entrare in relazione con me.
“Come volete, ma se gli altri si scorderanno di darvi le crocchette non venite a lamentarvi da me”, ho prontamente pensato.
Ma siccome sono buono e pietoso alla fine gliele ho sempre date, le crocchette.
Ora, deve aver scoperto che le ragioni dalle quali scaturì la sua decisione di non relazionarsi con me non sono valide.
In realtà è successo che la persona che gli dava affetto prima si è messa in condizioni di non dargliene più (anche qui, per ragioni sue, ed ancora, che io non condivido, ma questa è un’altra storia della quale non parleremo neanche un’altra volta).
Sì, deve essere andata proprio così.
Ma a me piace pensare che invece questo gatto, che poi ha un nome, Aureliano, che Aureliano dicevo abbia scoperto – sia pure attraverso le crocchette – di aver bisogno di me, indipendentemente dal fatto che vi siano o meno altri a dargli affetto.
È da qualche tempo che mi cerca.
Si annuncia da solo alla mia presenza, con smiàgolii e gnàolii che non trovano ragion d’essere né nella fame, né nella sete.
Vuole la mia voce, le mie carezze, il mio odore, il mio calore.
Tutto ciò potrebbe sembrare romantico, ma invece manda in bestia quando mi sveglia alle 4 di mattina cercando l’affetto che gli avrei meno malvolentieri tributato di giorno.
Dovete sapere che la finestra di camera mia s’affaccia su un bellissimo sentiero di tetti che s’intrecciano e si strecciano sperdendosi chissà dove (probabilmente basterebbe andare al catasto per scoprirlo), percorrendo il qual sentiero, percorrendo i quali tetti appunto questo gatto, questo Aureliano, si affaccia invece in camera mia.
Se non reputassi sciocco attribuire un sentimento umano – troppo poco umano – ad un gatto, penserei che sia la perfidia a condurlo da me in orari così sconvenienti per una visita: infatti mi càpita di andare a letto tardi – troppo tardi – ed io ogni sera mi affaccio alla finestra, e vedo tetti e tetti senza gatti.
Secondo me quello lì, Aureliano intendo, mi spia da lontano, ed aspetta di proposito (ma l’intenzionalità non è già insita nell’aspettare? Forse che si può aspettare non di proposito?) che io abbia spento la luce: sa che spesso mi addormento quasi subito, e viene da me.
Ed anche se non sto ancora dormendo, tutto ciò fa andare in bestia, perché io sono lì, calmo, tranquillo, stremato, colle coltri che – ricambiate amorevolmente – mi abbracciano, Allegra che si stringe a me come io mi stringevo al peluche col quale ho dormito da bambino fino in tarda età, a comporre poesie, racconti, immagini, a rivivere i ricordi, a fare progetti per il passato e per il futuro, e tutto questo idillio viene interrotto da quella bestiaccia infernale.
E pure mi alzo, apro la finestra, lo faccio entrare, abbozzo un tentativo di relazione, e buonanotte.
Stasera, però, è accaduta una cosa singolare.
Quando mi faccio qualcosa alla griglia, i miei animali lo sanno che tengo da parte un pezzettino anche per loro.
Mangiano di tutto: carne, pesce, frutta (hanno imparato a staccarla dagli alberi) e verdura.
Tra questi “miei” animali c’è anche Aureliano, ed uso le virgolette perché Aureliano non è mio e non è mai stato mio: qui per finire dignitosamente la frase ci vorrebbe un “e non sarà mai mio”, ma ciò significherebbe smentire l’assunto di qualche riga fa nel quale esprimevo finalmente l’inizio di una relazione tra me ed Aureliano, ed il conseguente sorgere del mio diritto di proprietà sullo stesso.
[Questo modo di fare è tipico della realtà umana, nella quale parlando di persona colla quale siamo entrati in relazione siamo soliti dire “è mia amica”, quando l’amicizia si trasforma in amore (che tanto poi se va bene si ri-trasforma in amicizia) ci si sposa e di conseguenza si parla di “mio marito” o “mia moglie”, ed anche io da bambino, quando ho scoperto di avere un padre, non ho mai pensato di essere “suo” figlio, ma mi son contentato di pensare appunto che fosse lui ad essere “mio” padre].
Questa sera, dicevo, stavo dando ciò che rimaneva della mia cena agli altri animali, quando – come al solito – si è presentato Aureliano, preceduto dal suo – come al solito – fastidiosissimo miagolio.
Però, c’è un però.
Anzitutto non aveva potuto sentire l’odore di cibo in quanto era chiuso fuori: sono andato ad aprirgli io medesimo dopo averlo sentito bussare – a modo suo naturalmente – e mi son chiesto cosa lo avesse spinto a rientrare anzitempo.
In oltre, e questo è ciò che poco fa ho chiamato cosa singolare, non ha voluto il pezzo di seppia alla griglia che gli ho generosamente offerto.
È la prima volta che accade, e non credo di aver cucinato particolarmente male (anzi, mio fratello mi ha detto sua sponte che le seppie sono uscite meglio del solito, ed io non me la sento di dargli torto).
Sapete invece cosa ha fatto, questo Aureliano?
È stato fermo, con questo pezzo di seppia davanti alla boccuccia che tra poco vedrete spalancata in foto, fermo, così, per qualche secondo, e poi… si è strusciato contro la mia mano un paio di volte.
Voleva le carezze.
“Degnatevi di mangiare, Aureliano”, avrei voluto dirgli, ma invece sono rimasto anche io con la mia boccaccia aperta che tra poco non vedrete in foto.
Allegra certamente non avrebbe mai resistito a quel pezzo di seppia alla griglia (ogni tanto mi diverto a sottoporla a ciò che mi diverto chiamare una prova-fedeltà: mi metto in bocca l’estremità di un grissino e mi chino verso di lei, che regolarmente non supera la prova addentando immediatamente l’altra estremità).
Credo che nemmeno Allegra mi abbia mai dato prova di un bisogno d’affetto così puro, non contaminato da altri stimoli.
Ella dorme con me solo quando fa freddo (si ficca sotto le coperte e riemerge al mattino, quando tocco la sveglia che ancora non sta suonando: ha imparato a riconoscere il rumore che fanno le mie dita sfiorando la sveglia e a distinguerlo, per esempio, da quelle che le mie dita producono quando afferro il cellulare, la lampadina, gli occhiali: in questi ultimi casi non riemerge), mi sveglia di notte piagnucolando e vuole le coccole solo se c’è il temporale, insomma sono bisogni dettati da stimoli esterni (rispettivamente il freddo ed il temporale, negli esempi proposti) quelli che la spingono a cercarmi, mentre quello di Aureliano è stato un moto interno dell’animo, tutto e nient’altro che del suo foro interiore.
Così, se Aureliano attraverso le crocchette ha scoperto di poter entrare in relazione con me, io attraverso un pezzo di seppia alla griglia ho scoperto che Aureliano ha un’anima.
Ed ora, la foto di cui parlavo nel testo.
(Mi si dirà che la foto parla da sé e che è stato inutile che abbia provato invece io a parlare per lei.
Cosa debbo dirvi?
Ogni tanto questo spazio virtuale va pure usato, e preferisco usarlo male piuttosto che non usarlo affatto).
Buonanotte.




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22 agosto 2007

Un caso di diritto civile di comune esperienza

A chi non è mai accaduto di vedersi recapitare a casa una rivista con una lettera d’accompagnamento che sostanzialmente così recita: “questa è la copia gratuita di una fantastica rivista, se non ci verrà rispedita indietro entro 7 giorni considereremo tale silenzio come volontà di abbonarsi alla stessa per i prossimi 10 anni”?
A me per esempio non è mai accaduto, ecco, ma so che a molti altri è accaduto, ed è a costoro sopra tutto che queste mie verba son rivolte.
I giuristi son tutti d’accordo, chi per un motivo, chi per un altro, chi per tutti e due, nell’affermare che la rivista non va rispedita indietro e nulla è dovuto a colui che l’ha mandata.
Vediamo come risolvono la questione due illustri giuristi: il primo è Vincenzo Roppo, l’altro son io medesimo.
Il prof. avv. Enzo Roppo non ha bisogno di presentazioni, ma io, che non sono (troppo) maleducato, ve lo presento ugualmente.
Classe 1947, Vincenzo Roppo insegna Diritto civile all’Università di Genova e ricopre ed ha ricoperto varie importanti funzioni: solo per citarne alcune, dal 1980 al 1985 è stato consigliere regionale della Liguria e dal 1986 al 1993 amministratore della RAI; è amministratore di Cinecittà Holding e di Banca Carige; è condirettore di "Politica del Diritto" e di "Danno e Responsabilità".
Se volete saperne di più, potete leggere il suo curriculum sul sito dell’Università di Genova (alla pagina http://www.giuri.unige.it/intro/dipist/casaregi/privato/curricula/roppo.html).
Il pensiero del prof. Roppo sul punto è espresso nel bellissimo volume “Il contratto”, in Trattato di Diritto privato, a cura di Giovanni Iudica e Paolo Zatti, Giuffrè 2001.
Il prof. Roppo distingue gli atti che incidono su sfere giuridiche altrui in tre fasce, a seconda della loro incidenza.
Collochiamo – dice - nella prima fascia, c.d. alta, gli atti che scaricano sulla sfera giuridica dei soggetti un sacrificio forte e certo, come quelli che impongono obbligazioni.
[Chiedo scusa al prof. Roppo, debbo interromperlo subito per dire che l’obbligazione può esser qui approssimativamente definita come il rapporto tra due parti in virtù del quale una ha l’obbligo giuridico di eseguire una prestazione a favore dell’altra parte.
Dico approssimativamente perché nel corso di Diritto civile II ho incontrato la figura dell’obbligazione senza prestazione, ma per quello che ora mi son posto in capo di scrivere va benissimo questa definizione.
Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana Zanichelli [Dio, quante parole curiose ho scoperto sfogliandolo! Un grazie a colei che me l’ha regalato!], “obbligazione” deriva dal latino obligare, e significa letteralmente legare (ligare) intorno (ob): indica evidentemente un legame forte, quasi un fasciare moralmente (se la morale ha ancora forza oggidì).
Ma ecco che ubi consuetum sto divagando… ridiamo senz’altro la parola al prof. Roppo e torniamo alla rivista ed alle fasce nelle quali collochiamo gli atti].
Un esempio tipico è la compravendita: non si può togliere al venditore il diritto di proprietà attribuendogli un prezzo, se egli non è d’accordo: altrimenti, sarebbe un’espropriazione.
E così non si può addossare al compratore l’obbligo di pagare un prezzo avendo in cambio una cosa, se egli non vuole: in caso contrario, avremmo un’imposizione fiscale.
Nella seconda fascia, c.d. intermedia, collochiamo gli atti che potenzialmente determinano qualche sacrificio.
Il libro fa l’esempio della donazione: essa è un contratto e richiede l’accettazione di colui al quale è rivolta (donatario).
A prima vista sembra un atto che possa comportare solo vantaggi, ma basta fermarsi anche solo un minuto per renderci conto che così non è: vi è, per fare un esempio strettamente attinente al diritto, l’obbligo di risarcire i danni derivanti dalla cosa, e, per fare un esempio non strettamente giuridico, vi sono fastidi “spirituali” [probabilmente non è la parola adatta ma ora come ora mi vien cotesto termine]: colui che sta or ora scrivendo ad esempio è una persona molto orgogliosa (anzi, arrogante, a detta di un numero tale di persone che mi fa pensare debba esserci qualche fondamento in quest’accusa infamante) e riceve con imbarazzo i regali, non essendo abituata a farne o a fare alcunché per essere degna degli stessi.
Ma anche senza essere arroganti, poi, è fastidioso ricevere un regalo da qualcuno che ci sta antipatico (potrebbe certo essere una buona ragione per nutrire meno antipatia ma è difficile accorgersene, lo Stato non sarebbe necessario se li uomini fossero buoni, etc. etc. etc.).
Per cui è richiesta accettazione anche in questi casi.
Vi è infine la fascia c.d. bassa, occupata da atti che attribuiscono al beneficiario solo vantaggi e nessun sacrificio.
Tra questi atti vi è, per esempio, la remissione, atto col quale il creditore cancella il debito del debitore.
Ma la legge tutela l’autonomia delle sfere giuridiche non solo contro le intrusioni attualmente o potenzialmente gravose, ma anche contro quelle obiettivamente e sicuramente vantaggiose: per il semplice fatto che sono intrusioni.
Se infatti non vi sono conseguenze giuridiche negative, permangono i fastidi che poco fa ho chiamato “spirituali” [non mi è venuto ancora in mente altro termine più indicato]: pensiamo alla solita persona orgogliosa, essa mal sopporterebbe di vedere estinguere il proprio debito in siffatto modo, ed è per questo motivo che, ex 1236 c.c., La dichiarazione del creditore di rimettere il debito estingue l'obbligazione quando è comunicata al debitore, salvo che questi dichiari in un congruo termine di non volerne profittare: se non è necessaria l’accettazione, è necessario però che non vi sia una manifestazione di volontà contraria alla remissione.
Ma se l’accordo è sempre necessario, perché allora il prof. Vincenzo Roppo distingue tra queste fasce di atti)
Perché egli ricollega alla diversa gradazione dell’intrusione una diversa gradazione dell’accordo: in alcuni casi questo accordo deve essere accettazione, in altri ci si accontenta di un mancato rifiuto.
170 pagine dopo aver trattato questo argomento, si fa un esempio simile a quello della rivista che invece ho fatto io, e si richiamano gli argomenti da me poc’anzi riportati.
Devo, prima di riportare questi nuovi argomenti, premettere che il contratto è l'accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale (1321 c.c.).
Il contratto dunque è anzitutto “accordo”.
Questo concetto è ripetuto nel 1325 c.c., il quale elenca i requisiti del contratto, ed il breve elenco principia proprio con l’accordo delle parti [vi sono poi, per i più curiosi, la causa, l’oggetto e la forma quand’essa è prescritta dalla legge sotto pena di nullità].
E torniamo al Trattato di diritto civile.
[Ah, un’altra cosa: devo premettere anche che col termine “oblato” s’intende designare la persona alla quale la proposta è diretta. Ed ora torniamo per davvero al Trattato].
Copio da pagina 198.

“La manifestazione tacita di volontà contrattuale prescinde da segni linguistici: ma se ciononostante è idonea a rendere socialmente percepibile la volontà del soggetto, può creare l’accordo necessario alla conclusione del contratto. Si parla allora di accordo tacito, formatosi nel «silenzio» della parte. Ne abbiamo incontrato un esempio con l’art. 1327 [cioè, voi che leggete ora non lo avete incontrato naturalmente, o comunque, voglio dire, se lo avete incontrato non in questa pagina che sto scrivendo]: l’oblato che senza rispondere alla proposta silenziosamente inizia l’esecuzione, con ciò conclude il contratto, perché pur tacendo rende socialmente conoscibile la propria volontà di accettare la proposta.
Questo non significa che il silenzio della parte equivalga sempre al suo accordo: in particolare, non significa che il silenzio dell’oblato di fronte alla proposta ricevuta equivalga sempre al suo accordo: in particolare, non significa che il silenzio dell’oblato di fronte alla proposta ricevuta equivalga ad accettazione, e così concluda il contratto. Nemmeno significa che la sua idoneità a manifestare l’accordo costituisca la regola. È vero il contrario: la regola è che il silenzio – che di per sé non è altro se non inerzia, assenza di espressione e di comunicazione – non vale a manifestare l’accordo di chi lo serba. La ratio della regola s’identifica con il fondamento stesso dell’autonomia privata, e col requisito dell’accordo, che lo presidia […]”.

Si fa a questo punto un esempio simile a quello proposto da me (nel quale tra l’altro al posto della rivista vi sono delle cassette di vino), dove A è il proponente e B l’oblato, e si dice che B tace di fronte alla proposta di A.

Nell’esempio proposto dal libro (che lo ripropone in diverse varianti), A fa un’offerta a B senza intimargli alcun termine entro il quale rispondere (a differenza dell’esempio da me proposto), a “pena” di conclusione del contratto.

“È ovvio che il suo silenzio non vale accordo, e che la contraria pretesa di A […] va respinta. Dare ragione ad A significherebbe che B, per evitare la conclusione del contratto, aveva l’onere di comunicare ad A il rifiuto della proposta: un onere che non sarebbe giusto addossargli”.

Si fa poi un esempio più simile, per fattispecie, a quello che ho fatto io:

“La conclusione non muterebbe se nel dépliant-proposta A avesse scritto esplicitamente che il destinatario aveva 7 giorni per comunicare le sue intenzioni, e che decorso questo termine senza comunicazioni da parte di B, il suo silenzio si sarebbe inteso come accettazione: la volontà unilaterale di una parte non può arbitrariamente imprimere al comportamento dell’altra un senso impegnativo (di accettazione contrattuale) che di per sé tale comportamento non avrebbe; né può imporgli un onere (di rifiuto) che non abbia alcun altro fondamento obiettivo”.

Ed infine un esempio identico per fattispecie a quello fatto da me:

La conclusione non muterebbe neppure se insieme al dépliant-proposta A avesse direttamente recapitato a B le 20 cassette, con l’indicazione che in caso di rifiuto (da comunicare come sopra) un incaricato di A sarebbe poi passato a ritirarle, o addirittura che lo stesso B si sarebbe dovuto fare carico di rispedirle ad A insieme con la dichiarazione di rifiuto: in una variante del genere la pretesa di A sarebbe ancor meno meritevole di tutela, perché imporrebbe a B un ulteriore onere ingiustificato (di rispedizione, o almeno di deposito e custodia)”.

A questo punto si parla di quando il silenzio vale accordo: ciò accade, per esempio, quand’esso è circostanziato (cioè qualificato da determinate circostanze sulle quali ora non mi soffermo, ma per fare un esempio che renda chiaro che si tratta già di diverso argomento, pensiamo a chi va all’edicola, prende il giornale e mette i soldi sul bancone, senza dire nulla [nemmeno un “buongiorno!” all’edicolante]).

Io ammiro il prof. Vincenzo Roppo, è bravo, simpatico e scrive bene.
Ma non sono d’accordo su come ha affrontato e risolto il problema (pur avendo letto con piacere quanto da lui scritto), perché avrei risolto la questione in maniera a mio parere più semplice e veloce (ve l’ho detto che sono arrogante).

Il 1333 c.c., rubricato “Contratto con obbligazioni del solo proponente”, così recita: La proposta diretta a concludere un contratto da cui derivino obbligazioni solo per il proponente è irrevocabile appena giunge a conoscenza della parte alla quale è destinata. Il destinatario può rifiutare la proposta nel termine richiesto dalla natura dell'affare o dagli usi. In mancanza di tale rifiuto il contratto è concluso.
Nell’esempio fatto da me e dal prof. Roppo la fattispecie è diversa da quella del 1333, perché nell’esempio le obbligazioni sorgono a carico di entrambi i contraenti, mentre il 1333 parla del contratto dal quale scaturiscano obbligazioni solamente per colui che propone.
Vincenzo Roppo per risolvere la questione analizza l’ordinamento giuridico, costruisce una distinzione degli atti in tre fasce a seconda della loro incidenza, da questa (sua) costruzione ricava un principio generale ed in base ad esso principio risolve il problema.
Ma i principi generali proprio in quanto principi sono vaghi, e quando sono disponibili norme (diceva il mio professore di Civile II che “il principio è una norma in cerca di una fattispecie”) definite è meglio usare queste ultime: tanto che il prof. Roppo usando i principi generali usa espressioni come “un onere che non sarebbe giusto addossargli”: ma giusto secondo chi?
Perché di fatto accade che alcune persone rispediscano davvero indietro la rivista o quant’altro sia stato loro recapitato, convinte che questo sia l’unico modo per evitare la conclusione del contratto: ciò che sembra giusto ad alcuni sembra tutt’altro ad altri.
L’idea che mi son fatto è questa, che il prof. Roppo abbia prima deciso in cuor suo la soluzione del caso, e poi abbia escogitato un ragionamento per rendere ragione della soluzione scelta: ha deciso, prima, che avrebbe dovuto, dopo, trovare un collegamento con la legge per dire che il comportamento in esame non vale a concludere il contratto.
Sono d’accordo, naturalmente, con la soluzione: comportamenti simili a quello dell’esempio sono importuni e quindi vanno neutralizzati, in un modo o in un altro.
Sono d’accordo al punto che anche io ho fatto così: prima mi son detto dentro di me, in un moto dell’animo giustamente indignato, “ma non è giusto che vada rispedita indietro la merce”, e solo dopo ho pensato “già, ma il Codice che dice al riguardo?”.
Il Codice è abbastanza preciso, ed io richiamando il 1333 non dico “sembra giusto” (cioè “mi sembra giusto”) et similia, io dico quello che dice il Codice civile, ed in particolare dico che l’ordinamento giuridico, quando vuole che il silenzio valga accordo, lo dice espressamente, e lo dice per una fattispecie ben determinata: quella nella quale il contratto determina obbligazioni per il solo proponente.
Nel contratto alla cui formazione pretende di essere diretto il comportamento ipotizzato da me e dal prof. Roppo le obbligazioni non sono solo del proponente, per cui la fattispecie è diversa da quella prevista dal 1333, per cui il 1333 ad essa fattispecie non si applica.
Mi pare qui pienamente applicabile il principio “Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”.
Tutto qua!
Buttate la sicuramente orrida rivista (che, facendo uso di questi subdoli trucchetti per raccogliere abbonati, parte veramente male) – nella raccolta della carta, mi raccomando! – e rispondete a questo messaggio-omaggio entro 7 giorni: in caso contrario il Vs. silenzio sarà considerato come volontà di abbonarsi ai miei messaggi, che Vi verranno recapitati direttamente in posta elettronica.
Distintamente,

Martino Gosia




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13 giugno 2007

Allegra

Stasera ho scritto, letto, riscritto, riletto, cancellato, sudato, imprecato, chiuso Word ed eliminato il file (vorrei dire "bruciato il foglio": sarebbe certo più poetico, ma questi tempi moderni, con le loro tecnologie, impediscono codeste immagini romantiche).
Scrivere può voler dire mettere la propria anima su un foglio (pur se virtuale), e rileggerla, rileggersi, può creare invincibili imbarazzi.
Ecco, questo sono io.
Ma poi son io davvero?
Ma sì, certo: non ti ci riconosci?
Purtroppo sì! Credevo d'esser diverso.
Eh no, è così, non è una questione di fede.
...
Quando c'è silenzio, la sera, talvolta parte il dialogo coi vari me stesso, ma poi finisco per litigarci (non sempre, non sempre).
Un maremoto di urla silenziose e silenzi assordanti, ricordi non del tutto svaniti, tempi e spazi perduti, ma non del tutto, per (s?)fortuna, e poi qualcosa che voglio ricreare, qualcuno che voglio dimenticare, qualcosa che voglio vendicare, qualcuno che voglio sognare... qualcuno che devo rieducare (che poi sono tutti i vari me stesso nelle loro accezioni più o meno negative).
Ma ora non vorrei tornare a scrivere per poi leggere riscrivere rileggere e cancellare (sudare sto già sudando, a volte questa stanza è un inferno).
E mentre scrivo queste cose originali e profonde, odo tossicchiare... è Allegra, la mia diletta compagna di letto!
Ecco dai, ora mando in rete la sua imago, sì, così mettiamo qualcosa di tenero in questo tetro spazio virtuale.
Signori, buona notte.




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26 aprile 2007

Si può rifiutare il voto di un esame universitario?

Per chi desideri una risposta sintetica e comprensibile, essa si concretizza nella parola “no”.
Per chi invece desideri una risposta priva dei suddetti caratteri, scribacchio quanto segue.
La risposta a questa domanda la ricaviamo dal diritto amministrativo e dal diritto penale, parte speciale (materie del III e del IV anno, per cui se capite quanto segue dovreste farvi il regalo di una laurea in Giurisprudenza).
Inquadriamo giuridicamente la situazione: l’esame universitario è esercizio di potere non discrezionale da parte dell’Amministrazione, potere volto ad accertare una situazione di fatto, cioè la preparazione tecnica del candidato.
“Potere non discrezionale” significa semplicemente che il relativo esercizio non dà luogo ad alcuna possibilità di scelta a fronte di un determinato assetto di interessi in gioco, perché questo assetto è già deciso dalla legge: l’esercizio di questo potere dà luogo ad una mera attività attuativa della legge.
Questa attività può anche essere complessa, come nei casi di discrezionalità tecnica (per esempio, nel procedimento del quale stiamo parlando, solo certi loschi figuri sono in grado di valutare la preparazione di un candidato all’esame), ma che si estrinseca sempre nell’acclaramento di elementi della realtà (la preparazione dell’esaminando).
La commissione d’esame deve acclarare la preparazione tecnica del candidato al fine di assumere la decisione circa la sua idoneità, quando diciamo che si tratta di un’attività nel cui compimento alla commissione non è consentita alcuna scelta circa l’assetto degli interessi pubblici in gioco intendiamo dire che sarà la legge e non la commissione d’esame a decidere quali effetti scaturiranno dalla valutazione: per questo il potere non è discrezionale.
L’Amministrazione deve soltanto ed esclusivamente acclarare – quanto mi piace l’espressione “acclarare”! – un fatto predeterminato dalla legge, in questo caso la preparazione tecnica del candidato (ed il risultato di quest’attività versa in un atto che, a proposito, è il verbale d’esame, e non il libretto dello studente, come comunemente si crede).
E, sempre giuridicamente parlando, cos’è il voto?
Il voto è parte della motivazione con la quale la commissione esprime la valutazione della preparazione tecnica del candidato: ma prima ancora che ci sia un voto, vi è l’(accertata) idoneità od inidoneità del candidato.
E la commissione d’esame non può scegliere se esprimere o no questa valutazione, deve farlo.
Inoltre, il diritto amministrativo ci insegna che il potere amministrativo è caratterizzato dalla c.d. imperatività: il contenuto dispositivo dei relativi atti d’esercizio non è il risultato della convergente volontà di tutti i soggetti interessati (nel caso, la commissione d’esame ed il candidato, anche se può capitare che ci si metta d’accordo, nel caso di avvenenti puellae…), ma il risultato della unilaterale volontà dell’autorità amministrativa titolare del potere, che è tenuta a determinarsi in funzione esclusiva del soddisfacimento dell’interesse pubblico.
In parole semplici e semplificando di molto, in linea di massima la Pubblica Amministrazione non deve chiedere il permesso al destinatario per emanare i propri atti (per esempio nessuno chiede al cittadino il permesso di espropriargli per pubblica utilità parte del giardino… la frase è alquanto imprecisa ma io ho premesso appunto “in parole semplici e semplificando di molto”).
Quindi il voto d’esame andrebbe in ogni caso verbalizzato per almeno due motivi:
-   perché la commissione d’esame non è libera di decidere se registrarlo o meno, deve farlo, e se non lo fa commette reato (vedi l’articolo 479 del codice penale, di cui parleremo tra poco);
-   perché la commissione d’esame non deve chiedere il permesso al candidato per verbalizzare il risultato, non deve concordare nulla con lui.
Dire “accetto” o “rifiuto” (il voto) al termine dell’esame è dunque sbagliato, in realtà il candidato non può fare né l’una né l’altra cosa (poi continueremo pure ad usare quest’espressione, ma saremo consapevoli di sbagliare. Ma allora perché continueremo ad usarla?).

Ora, abbiamo detto che se la commissione d’esame non verbalizza il risultato dell’esame commette un reato: si tratta del reato di cui al 479 c.p.: questo articolo, rubricato “Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici
”, così recita: “Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476”.
E quali sono le pene stabilite dal richiamato articolo 476 del codice penale?
Nulla di piacevole e divertente: il 476 c.p., rubricato “Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, dichiara che “Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni.            Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni”.
Si parla di pubblico ufficiale perché il professore universitario durante l’esame è un pubblico ufficiale.
Per chi fosse affetto da curiositas insoddisfabilis (e qui scatta la mia sincera ammirazione per esser arrivati fino a questo punto e voler proseguire la lettura. O siete di quelle persone che per esempio quando iniziano a leggere un libro, pur trovandolo horribilis, vogliono ugualmente e inspiegabilmente finirlo? Io son tra quelle!), la nozione di pubblico ufficiale ce la dà lo stesso codice penale, all’articolo 357 (rubricato, appunto, Nozione
del pubblico ufficiale): “Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa.            Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”.
La conclusione è che se un professore universitario particolarmente mattacchione volesse registrarvi un voto negativo, non potreste dire o fare alcunché (nemmeno non dargli il libretto o dire di averlo perso servirebbe a qualcosa, visto che fa fede il verbale d’esame).

Per chi fosse interessato a questo tema ed a questioni attinenti ad esso (e qui non dico più nulla sulla sua curiositas insatiabilis e sulla mia conseguente stima), ecco un po’ di giurisprudenza (in ordine cronologico inverso):
a. 
Nel verbale di esame universitario è configurabile il reato dell'art. 479 c.p. solo quando la falsa attestazione investe l'effettivo svolgimento della prova nonché il suo esito, aspetti che l'atto pubblico fidefacente ha lo scopo di documentare. L'apposizione della sottoscrizione, in qualità di componente della commissione d'esame, da parte di chi in effetti non ne abbia fatto parte, non incidendo sul valore probatorio privilegiato dell'atto pubblico, non integra una condotta idonea a ledere l'interesse tutelato, ma costituisce falso innocuo, penalmente irrilevante. (Tribunale di Genova, 20 marzo 2001).
b. 
Il verbale d'esame di una commissione esaminatrice costituisce atto pubblico di fede privilegiata, poiché forma la prova del rapporto intersoggettivo svolto fra i pubblici ufficiali, quali esaminatori, e lo studente, quale esaminato. Integra, pertanto, il delitto di falso ideologico in atto pubblico (art. 479 c.p.) la sottoscrizione apposta al suddetto verbale da docenti che non abbiano assistito alla prova d'esame. (Fattispecie relativa ad esame presso facoltà universitaria). (Cassazione penale, sez. V, 11 gennaio 1994).
c.  
Integra l'ipotesi del reato di falso in atto pubblico e non già di falso in certificazione amministrativa l'attività del componente una commissione d'esame che abbia certificato il falso nel relativo verbale, o lo abbia contraffatto o alterato, stante la natura di atto pubblico fidefacente del suddetto documento. (Corte d’appello di Napoli, 15 gennaio 1990).
d.  
La revisione di elaborati scritti propedeutici all'esame orale costituisce attività preliminare non necessariamente inseribile nel contesto delle prove di profitto da sostenersi dai singoli candidati. Non costituisce pertanto ancora atto pubblico l'eventuale documento "informalmente" predisposto da un collaboratore del docente, esteso in assenza di quest'ultimo. Non commette pertanto falso in atto pubblico il professore universitario, presidente della commissione in esame, che procede alla valutazione degli allievi senza essere stato presente al momento della revisione preliminare. (Corte d’appello di Cagliari, 15 novembre 1983).
e.   Il verbale delle operazioni degli esami di profitto costituisce atto pubblico attestante il regolare svolgimento delle stesse negli esami collegiali. Costituisce pertanto falso ideologico in atto pubblico, il fatto del professore universitario, presidente della commissione d’esame, che appone la propria sottoscrizione nel verbale stesso, quando, invece, sia stato assente all'effettuazione delle operazioni di valutazione degli allievi, che comprendono sia la correzione di elaborati scritti preliminari che l'eventuale prova orale. (Tribunale di Sassari, 10 febbraio 1983).




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5 aprile 2007

Favola sulla nascita dell’Università, ovvero il sogno di Irnerio

C’era una volta…
- Un pezzo di legno! - diranno subito i miei sognanti lettori.
No, miei cari sognanti lettori, c’era una volta un uomo di nome Irnerio.
Chi era costui?
Su Irnerio abbiamo poche notizie, ma proprio questa paupertas secondo colui che scrive dona al quadro che andiamo a dipingere delle sfumature di mistero e leggenda che lo rendono ancora più romantico di quanto non sia lecito sognare.
Ma proviamo a sognare insieme.
Di questo Irnerio ci narra Odofredo, giureconsulto del XIII secolo, il quale ci riferisce che vi fu a Bologna tra il secolo undicesimo ed il secolo dodicesimo un certo magister in artibus, insegnante nella scuola di arti liberali, il qual magister cominciò a studiare il diritto romano per conto suo (per se), e studiando iniziò ad insegnare.
Schopenhauer ha osservato che chi insegna una certa cosa raramente la conosce a fondo, perché a chi la studia a fondo di solito non rimane neppure il tempo per insegnare.
In latino si può riassumere così la questione: “semper docendo, nihil disco” (insegnando sempre, nulla imparo), ed è ciò che Diderot fa dire al nipote di Rameau: “E questi maestri, credete forse che capiscano le scienze che insegnano? Frottole, caro signore, frottole. Se essi possedessero queste cognizioni abbastanza per insegnarle, non le insegnerebbero”. E perché? “Perché avrebbero speso la loro vita a studiarle”.
Ma torniamo al sogno (il guaio è che mentre sogno penso parlo scrivo mi vengono in mente mille pensieri e ragionamenti per così dire accessori rispetto al sogno principale, ma questo non accade anche a voi, miei cari sognanti lettori?).
L’insegnamento di Irnerio ebbe una tale fortuna che i posteri lo ricordano tutt’oggi con l’appellativo di lucerna iuris (od anche, più raramente, “fax iuris”).
Grazie ad Irnerio Bologna divenne il centro degli studi di diritto, e da tutta Europa iniziarono a venire dei bravi ragazzi, desiderosi di imparare il diritto.
A questo punto mi viene in mente il simpatico discorso che il regista Luigi Comencini fa dire al padre di Enrico Bottini (mi pare) in “Cuore”, quando costui parla dell’esercito di ragazzi che, desiderosi di studiare, ogni giorno, alla stessa ora (forse all’epoca non si parlava ancora di fuso orario), da ogni parte del mondo, con ogni mezzo (a piedi, in traghetto, a cavallo, sulla slitta, etc.) e lo stesso entusiasmo si muove per andare a scuola.
Un esercito del quale il piccolo Enrico fa parte, nella breve orazione del di lui padre.
Questo esercito di studenti, sognavamo, chiede di volta in volta ad un maestro di trasmettere loro le sue conoscenze, ed è così che nasce l’Università: come un insegnamento privato, regolato da un contratto tra studenti e professori.
La data convenzionale di fondazione di quest’istituto è il 1088: così stabilì il Carducci allo scopo di festeggiarne gli 800 anni nel 1888.
Col tempo gli studenti divennero sempre più numerosi, perciò uno tra di essi, in genere il più anziano, si occupava degli aspetti tecnici, cioè teneva le matricolae degli iscritti, concordava col professore il programma e con gli studenti le collectae (i contributi), fissava l’orario delle lezioni e le vacanze, e sindacava l’opera del professore in rapporto agli impegni stabiliti.
Questa persona era chiamata rector (credo a causa del fatto che “reggesse” i rapporti tra studenti e professore), ed è quella persona che oggi noi chiamiamo “magnifico” rettore.
A differenza di allora, però, oggi il rettore fa parte del corpo docenti: forse che tornare ad eleggere il rettore tra gli studenti anziché tra il corpo docenti possa essere un primo passo verso l’auspicata (ri)educazione degli educatori “dall’interno” di cui parla Pasquale (http://www.fulmini.ilcannocchiale.it/, post del 29 Marzo 2007)?
Potrebbe essere, ma io non lo credo, perché una persona sola è facilmente “corruttibile” (certo, è anche vero che il potere di sindacare il lavoro del professore nelle mani di uno solo comporta un certo peso: in parole più che povere, se le cose non vanno bene si sa con chi prendersela).
Si dovrebbero allora eleggere più rettori?
Neanche, perché una moltitudine di persone è sì più difficilmente corruttibile, ma può mancare di organicità: exempli loco (a titolo di esempio), proprio per questo motivo, vale a dire rendere l’assemblea meno funzionale, Cesare portò il numero dei senatori da 600 a 900.
Un suggerimento interessante ce lo offre, indirettamente, un ingegno ben più raffinato del mio, quello di Biagio Brugi (http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/d0ccee645c7b1ea7c1257114003820d1/d8a89e203e70ce504125646f00595af2?OpenDocument), il quale, parlando degli scolari dell’università di Padova nel secolo decimosesto, ci riferisce che il professore universitario era “nominato a tempo, e, salvo ben rare eccezioni, con un concorrente che insegnasse la stessa materia”: dunque egli “sapeva che gli scolari avrebbero scelto e giudicato. Alcune aule erano vuote, altre affollate: tutti ne eran testimoni, e gli scolari non mancarono di lasciarcene il ricordo nei loro Annali”.
È interessante notare – ed infatti lo si fa sempre notare – che l’universitas non nacque come universitas studiorum, l’università degli studi di cui parliamo oggi, ma come universitas scholarium.
Questi studenti venivano spesso e volentieri “perseguitati” dai commercianti bolognesi, che chiedevano loro il pagamento di debiti contratti da altri studenti, ed a questo rimediò Federico Barbarossa, il quale nel 1155 (e non 1158, precisava il mio professore di Storia del diritto italiano) emanò l’autentica Habita.
Essa concedeva dei privilegi ad omnibus qui studiorum causa peregrinantus scolaribus, et maxime divinarum atque sacrorum legum professoribus: tra questi privilegi vi era appunto quello di non dover rispondere degli atti e dei debiti dei compagni.
Il che non mi sembra un privilegio ma un elementare principio di diritto civile, ma tant’è.
Allora come ora, non tutti erano degli optimi discipuli, ed una parte di questi ragazzi preferiva frequentare le osterie: è proprio a Bologna che nasce la goliardia, il cui motto è “gaudeamus igitur iuvenes dum sumus
Agli studenti comunque dobbiamo la nascita di un importante istituto giuridico, tutt’ora in vigore: la cambiale.
Per non portarsi sempre appresso la pecunia (abbiamo diverse lettere di ragazzi che scrivono ai genitori di esser stati derubati), gli studenti firmano ai mercanti, girovaghi (e quindi con possibilità di passare per i paesi d’origine degli studenti), dei documenti in cui gli studenti scrivono ai genitori cosa hanno comprato e quanto hanno speso.
Oggi, nella c.d. cambiale tratta una persona (traente) ordina ad un’altra persona (trattario) di pagare una somma di danaro al portatore del titolo.
Ma come funzionava l’università?
L’anno accademico iniziava tra l’8 ed il 18 ottobre, e gli studenti non erano divisi per annualità, ma per materia di studio.
Essi stavano tutti insieme in un’unica aula, dove i più giovani si nascondevano in fondo, mentre i più grandi acquistavano man mano coraggio e si mettevano nelle prime file (la qual cosa accade ancor oggi).
Nel caso foste scontenti degli orari della vostra vita, consolatevi sognando che allora le lezioni iniziavano verso le 7 del mattino, per sfruttare la luce del sole e risparmiare sulle candele.
L’inizio della prima ora era scandito dal suono di una campana che pare fosse udita in tutta Bologna, la cosiddetta scholara.
Gli studenti studiavano fino all’ora III (le 11), poi era loro concessa una pausa per il pranzo, al termine del quale, dalle 13 alle 17, uno studente che stava per diventare professore teneva delle ripetitiones, lezioni in cui venivano spiegati gli argomenti che il professore ordinario non aveva tempo di fare.
Alle 17 la scholara suonava e gli studenti lasciavano l’università, chi per andare, da sedulus puer, a studiare, chi prima di ciò preferiva andare a rinfrancarsi con una lagrima di tenero vinello, e chi invece di tenero vinello ne assumeva diverse lagrime.
Proprio come oggi.
Se un professore aveva meno di 5 studenti, veniva licenziato: è per questo che il già citato Odofredo vi teneva a sottolineare come lui spiegasse tutto il Corpus Iuris, mentre altri docenti, sicco pede, saltavano alcuni punti.
Ma come facevano gli studenti ad aver la garanzia che venisse poi effettivamente spiegato tutto il Corpus Iuris?
Esso veniva diviso per punti (lectio per punctationes), ognuno dei quali doveva essere svolto in 2 settimane d’inverno e 12 giorni d’estate: se il docente non avesse rispettato questo programma avrebbe dovuto pagare una penale.
Esisteva una sola copisteria che possedeva l’originale del Corpus Iuris, e gli addetti ne producevano le copie: essi erano detti stationari exempla tenentes.
Il Corpus Iuris non veniva copiato subito tutto per intero, a causa dei costi, ma veniva squinternato (cioè diviso in quinterni, quaderni): man mano che il programma avanzava, gli studenti compravano i libri che servivano.
Circolavano anche allora i libri venduti a minor prezzo dagli studenti che rinunciavano agli studi (non fatelo mai!).
Inoltre c’era più fiducia nella parola pronunciata che in quella scritta: gli studenti non erano obbligati a frequentare, ma capivano da soli che era meglio frequentare sempre, perché poi la differenza tra frequentanti e non sarebbe stata evidente (proprio come oggi).
In seguito la frequenza divenne obbligatoria.
Quanto durava l’università?
Una media vicina alla realtà può essere definita nel numero di 8 anni: lo studente novello era inizialmente timorosus, ma poi diventava audax e non si faceva problemi ad intervenire.
Questo avveniva anche perché non c’erano esami intermedi dall’iscrizione alla laurea, ed in questo modo il docente capiva il livello di maturazione dello studente.
E la laurea?
Il docente faceva prima un esame privato, il c.d. tentamen, allo studente: superato sullodato esame, lo studente avrebbe potuto affrontare l’esame vero, di fronte a vari docenti: alcuni ci descrivono tale examen come rigorosum ac tremendum, nonché maremagnum.
Se lo studente avesse superato anche questa prova, era fatta: avrebbe sostenuto un examen publicum (o conventus), con le stesse domande e risposte dell’examen, nella cattedrale di Bologna, ed il vescovo avrebbe consegnato allo studente l’anello della sapienza, la toga ed il berretto, così licenziandolo in iure.
Lo studente doveva contraccambiare i doni con una toga finissima ed un berretto costosissimo per ogni membro della commissione.
Gli studenti poi, che non erano dei pratici ma una guida per i pratici, tornavano nel loro luogo d’origine e, avendo la licentia docendi, fondavano a loro volta un’università.
Altre volte le università nacquero per emigrazioni in massa da Bologna di studenti e maestri.
Per concludere, un accenno al personaggio iniziale grazie al quale è sognato tutto questo.
Secondo la tradizione ad Irnerio erano particolarmente cari quattro discepoli: Bulgaro, Martino, Ugo e Jacopo.
Morendo, Irnerio avrebbe designato il proprio successore affermando “Bulgarus os aurem, Martinus copia legum, mens legum est Ugo, Jacobus id quod ego”: Bulgaro è bocca d’oro; Martino ha la conoscenza di tutte le leggi, Ugo ne interpreta lo spirito, Jacopo è un altro me stesso.
(E così si spiegano anche il nome ed il sottotitolo di questo spazio virtuale).
Buoni sogni a tutti.




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26 marzo 2007

Letteratura giuridica - 1 - La vera motivazione di una sentenza

Questo brevissimo estratto potrebbe essere la risposta alla domanda su quale sia la vera motivazione di una sentenza:

"La simpatia, antipatia per una parte o per un testimone; l'interesse, il disinteresse per una questione o argomentazione giuridica; l'apertura ad un tipo evolutivo, storico, sociologico d'interpretazione delle leggi, anziché ad un'interpretazione rigidamente formale; l'interesse o il fastidio di fronte ad una complessa vicenda di fatto, - e così via discorrendo.
Sentimenti: affetti, tendenze, odi, rancori, convincimenti, fanatismi; tutte le variazioni di questa realtà misteriosa meravigliosa terribile che è l'animo umano, riflesse con o senza veli tra le righe fredde allineate composte dei repertori della giurisprudenza: passioni scatenate, passioni raccolte, tenerezze, tremori, - negli scaffali ammuffiti delle cancellerie dei tribunali."

Mauro Cappelletti, Processo e ideologia, Bologna, 1969, p. 31 ss.




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